L’occasione per iniziare la “Casa della Carità” (CdC) si è offerta da se stessa. Non avendo noi la forza di cercare i poveri, disobbedienti come siamo al Vangelo, essi ci hanno cercato. Si presentavano persone in difficoltà che chiedevano aiuto e più ancora attenzione.

• Il 10 febbraio 1978 (vigilia della Festa della Madonna di Lourdes) inizia, con la prof.ssa Anna Rompon, la Casa della Carità a Sant’Agata di Rubiera, che nel tempo si catatterizzerà per l’ospitalità fornita a tossicodipendenti, alcolisti, malati mentali ed ex detenuti. il 10/2/78 trovammo disponibile il Sig. Ermes Cigarini di Rubiera, che ci mise a disposizione una casa sita nella frazione di S.Agata (Rubiera).la casa di S.Agata fu restituita al proprietario il giorno 11/11/78. la sera precedente al trasloco la famiglia di Giuseppe Grisendi, sanfaustinese, ci offrì una abitazione sita in Via Tre Case (S.Faustino di Rubiera)

Il meccanismo per arrivare al nostro indirizzo era basato sulla “cooptazione”. Gli ospiti stessi, cioè, invitavano gli emarginati loro conoscenti. E ne venivano così tanti da imporci la necessità di moltiplicare spazi e servizi.

• Il 12 maggio 1982 si costituisce formalmente, a sostegno della Casa della Carità, l’Associazione Nefesh, di cui diventa Presidente.

All’emergenza rispose la nostra decisione di utilizzare i beni che la Parrocchia aveva ereditato dal defunto Prospero Tondelli, sanfaustinese, e che essa da tempo ci aveva messo a disposizione. Non ci eravamo ancora azzardati a toccare quei beni, consapevoli delle spese da sostenere per utilizzarli. Di fatto la loro condizione ci impose un durissimo lavoro di ristrutturazione.
Chieste le debite autorizzazioni, fu necessario trasformare l’ex deposito delle macchine agricole in laboratorio artigiano; vuotare e pulire le diverse porcilaie; sistemare il caseificio, il forno, il magazzino; ricavare dal solaio quattro mansarde abitabili; proteggere tutti gli ambienti con porte interne; sostituire una parte del tetto oramai deteriorata; creare gli impianti per l’acqua, l’elettricità, il riscaldamento; organizzare una cucina capace di servire trenta persone; scavare un pozzo irriguo ed integrarne il getto allacciando la nostra residenza all’acquedotto; disporre idonei sistemi di raccolta e di scarico dei rifiuti solidi e liquidi; costruire una sala termica adeguata; impiantare una cabina elettrica adatta per l’alta tensione; rifornirci di arredamenti e di attrezzi adeguati.
Guidarono questo primo restauro i geometri Giuseppe Torricelli di Reggio Emilia e Giancarlo Bellei di Rubiera. Bellei avrà cura anche del restauro che iniziò quattro anni dopo.

L’imponenza del cantiere convinse il Paese che facevamo sul serio; ma quando si seppe che avremmo ospitato non i soliti bambini o anziani bensì dei “teppisti” (come disse la cattiveria di qualcuno), allora i sanfaustinesi si divisero: alcuni ‑ pensando che l’introduzione a S.Faustino degli emarginati avrebbe rovinato il Paese ‑ espressero la loro civiltà con insulti e minacce, altri ci vennero ad aiutare con sostanziose prestazioni d’ogni tipo.
Le guidava Andrea arrivato fra noi il giorno 11/11/80 proprio nel mezzo dei lavori che durarono dal settembre 1980 al maggio 1981. E’ giusto ricordare che ai volontari sanfaustinesi si aggiunse un “Campo Internazionale” organizzato in collaborazione con il “Movimento cristiano per la Pace”.
Il contrasto fra le due parti di S. Faustino ‑ una favorevole e l’altra contraria alla nostra iniziativa ‑ ci convinse che per respingere l’accusa di essere dei materialisti sovversivi, dovevamo imparare a mantenerci senza gravare su nessuno. Organizzammo perciò la Proton S.d.f. (novembre 1981) che da inizi difficili (poco lavoro e mal pagato) man mano riuscì a decollare.
Nel nuovo complesso fu possibile una progressiva espansione: nacquero una carpenteria, un allevamento, una verniciatura, un orto che aveva l’iscrizione alla Cooperativa Ortofrutticola di Reggio Emilia. Tali iniziative furono facilitate dall’arrivo di Oscar (aprile 1982).
Fu necessario perciò ripensare anche la nostra organizzazione commerciale e sostituimmo la Proton S.d.f. con l’Associazione Nefesh trasformata ‑ nell’occasione ‑ in struttura a riconoscimento pubblico (ottobre 1982) e fatta funzionare ufficialmente quale finanziaria della C.d.C.
I nostri sforzi, però, non furono fortunati: divenne necessario chiudere il nostro lavoro autonomo perché risultava troppo impegnativo per la media dei nostri ospiti, mentre anche il nostro lavoro in conto terzi cominciò a scarseggiare finché rimanemmo tutti disoccupati per più di un mese (novembre 1982). Già si pensava di rinunciare alle nostre idee quando l’8/12/82 ‑ festa dell’Immacolata ‑ ci fu offerta una prima commessa di lavoro: piccola, ma significativa.
Da allora il lavoro è cresciuto per quantità e qualità così da permetterci di progettare la ricostruzione di altri edifici della nostra residenza.
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Prima, però, fu necessario rimediare i danni provocati da un incendio che (11/11/83) ci mise in grave disagio. La sua ferita fu tanto profonda che non avremmo potuto mettere in esecuzione altri restauri se non ce lo avesse permesso la Legge 21/6/85, n°297: con i suoi contributi abbiamo finanziato parte dei lavori necessari a migliorare le nostre strutture.
Quasi ad avviare questa grossa fatica distribuita in tre lotti (85/86, 86/87, 87/88) ci venne a trovare il Vescovo di Reggio Emilia. Arrivato a S.Faustino per la Visita Pastorale (febbraio 1985), nella più solenne fra le celebrazioni previste pronunciò la storica frase: “Faccio mia questa Casa della Carità”. Un così autorevole incoraggiamento fece crescere il nostro impegno verso quanti si rivolgevano a noi. Di fatto i trenta posti disponibili nella nostra Casa venivano sempre più insistentemente richiesti da centinaia di domande provenienti da ogni parte (abbiamo ospitato anche persone del terzo mondo).
Diventava necessario un criterio di selezione da proteggere – secondo alcuni nostri consiglieri – con la abituale “lista d’attesa”. Decidemmo di perseverare sul criterio praticato da sempre perché ispirato al Vangelo: quando c’è un posto libero, va al primo che lo chiede.

Alle U.S.L. che man mano ci conoscevano e si servivano di noi, tale criterio sembrava pericoloso; meglio sarebbe stato se ci fossimo qualificati su una sola marginalità. I loro esperti ci dicevano che questo diverso criterio di selezione ci avrebbe permesso un servizio più scientifico. Esigevano, insomma, che come le altre strutture anche la nostra avesse una tipologia omogenea di utenti.
Fu l’esperienza a farci continuare il servizio polivalente. Intanto era più immediato e meno discriminante; ma poi confrontandoci con i posti di “Pronto Soccorso Sociale” la nostra “Comunità Mista” che aveva ospitato qualunque tipo di emarginazione, ci sembrava molto più efficace delle “Comunità Terapeutiche”.

Infatti avevamo constatato che, portati a confrontarsi con i diversi tipi di difficoltà, i nostri ospiti avevano più facilmente allargato gli ambiti della loro esistenza precaria, rendendosi capaci di criticarli, di uscirne o comunque di inserirli nel più ampio quadro della vita vera.
Convivere fra “diversi” era già un rompere il “giro”, il “ghetto”. Ulteriori momenti di liberazione sarebbero stati i fatti naturali del vissuto quotidiano. Gli ospiti partecipavano alle nascite, ai matrimoni, alle morti, oppure dovevano confrontarsi con il mercato, programmare le commesse, calcolare dei prezzi, accontentare i clienti, discutere un bilancio. Da tante sollecitazioni ricavavano una visione del mondo ben diversa da quella fino ad allora conosciuta, artificiosa ed unidimensionale.
Fin dall’inizio sapevamo – e ne tenemmo conto – che la diversità di provenienza, di problematica, di età, di sesso, di doti, di formazione e di inquinamento, avrebbe potuto trasformare in polveriera la nostra Comunità. Ciò che facevamo e dicevamo convinse l’U.S.L. n°12 competente per territorio ad iscrivere la nostra Associazione Nefesh nel registro di cui all’art.15 della Legge Regionale n°2/85. Fatto l’accertamento che la nostra struttura era in possesso dei “requisiti minimi” stabiliti dalla Legge per le strutture socio‑assistenziali a carattere residenziale, il competente Comitato di gestione emise in proposito la deliberazione n°637 che divenne esecutiva il 3/7/86.
Riconosciuto come struttura del “privato‑sociale” ed arricchito da un restauro riuscitissimo, il nostro ambiente ‑ già tanto ricercato ‑ fu letteralmente preso d’assalto: i trenta posti che avevamo preparato e che ci sembravano tanti, risultarono del tutto insufficienti. Tentammo allora di utilizzare per l’ospitalità anche le strutture adiacenti alla nostra residenza; ma l’esperimento fu negativo così da vederci costretti a rifiutare moltissime ospitalità a volte anche di evidente e lacerante urgenza.

Ma appunto queste diverse sperimentazioni di volontariato ci fecero prendere coscienza delle sue difficoltà anche giuridiche. Ci accorgemmo che un lavoro volontario, caratteristico perché svolto a favore di altre persone per spirito di solidarietà ed in modo spontaneo, continuato, gratuito, da troppo poco tempo è diventato oggetto di attenzione da parte del Diritto per farlo capace di sostenere con una legislazione organica e motivata il grosso fenomeno dell’Associazionismo.
Si andava dalle insufficienze alle carenze, fino addirittura agli ostacoli che – Associazione quale eravamo anche noi‑ sentivamo bruciarci sulla pelle.
Risultavano complicate da ottenere e da capire le stesse informazioni di base. Tanto ci accadde – ad esempio – con la Legge 25/7/85, n°354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) e relativo Regolamento 29/4/76, n°431; oppure con la Legge 22/5/78 sulle gravidanze difficili; oppure con la Legge 23/12/78 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale); oppure con il D.P.R. 6/2/81, n°66 quale Regolamento di esecuzione della Legge 8/12/70, n°966 (Norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità).
Ci tornò presso che impossibile tradurle in facile pratica di volontariato.
Ancora più arduo era seguire la distribuzione dei Contributi di Legge: conoscerne l’esistenza, sciogliere gli enigmi con cui si erano espressi i compilatori delle circolari, indovinare le diverse competenze contabili, produrre i necessari documenti corredati secondo formalità non raramente medievali, e finalmente farsi pagare, diventava perfino romanzo qualche volta.

Un segno che tutto era pronto per questo salto di qualità lo vedemmo nel nostro ingresso al Palazzetto dello Sport di Rubiera (novembre 1987). Per i nostri “allenamenti” trovammo comprensione ed accoglienza tali da poterle capire come incoraggiamento a prendere la grande decisione: nel dicembre 1987 è stato trattato l’acquisto dello stesso complesso di S.Agata dove la C.d.C. aveva vissuto il primo amore.

 

 

 

• Nel novembre 1990 promuove e sostiene la nascita dell’Esagono Recording Studio s.r.l., in un immobile di proprietà dell’Associazione Nefesh, a Sant’Agata. • Nel 1998 aderisce e partecipa attivamente al Gruppo di studio dei rapporti fede-cultura nella società contemporanea “Christifideles laici”.

• Il 21 febbraio 2000 ispira la costituzione della Cooperativa Sociale Nefesh, di cui diventa socio, come nuova organizzazione preposta alla gestione diretta della Casa della Carità. All’Associazione Nefesh, di cui continua ad essere Presidente, rimangono funzioni di gestione patrimoniale finalizzate al sostegno della Casa della Carità.

• Il 31 maggio 2003, l’Associazione Nefesh viene trasformata in Fondazione Nefesh con l’ingresso, tra i consiglieri, del Sindaco del Comune di Rubiera. Don Lanfranco riveste la carica di Presidente.