LA FILOSOFIA RIABILITATIVA
Principi ispiratori, riferimenti teorici e metodologia degli interventi
L’orientamento pedagogico della Coop. Soc. Nefesh (concretizzato nei “Patti che fondano la Casa della Carità”) che caratterizza la convivenza comunitaria consta di una proposta “umanistica” assimilabile al metodo psico-educazionale. Elaborata a partire da Aristotele e dalla letteratura antropologico/cristiana (rapporto con il tempo/storia e lo spazio/società come fondamento pedagogico entro cui ricercare una quadratura esistenziale), da Bateson (epistemologia “sistemica”/approccio “ecologico”), da Frankl (analisi esistenziale), da Francescano (educazione socio-affettiva), da Guidicini e Pieretti (“Effetto città”) e sperimentata dagli stessi operatori, questa proposta punta con forza su tre punti, allo stesso tempo obiettivi e strumenti di riabilitazione, individuati in vario modo anche dalla letteratura scientifica (cfr. Jervis):
1) la complessità relazionale. Oltre ad informare il rapporto educativo tra operatore ed ospite (ascolto/confronto e accompagnamento costante), essa delinea il quadro dei rapporti tra ospite ed ospite sulla base di una scelta riabilitativa precisa: proporre un ambiente comunitario eterogeneo, misto (uomini e donne, giovani e meno giovani, persone più “strutturate” e persone più “degradate”), che ricalchi – in modo “protetto” - la complessità delle dinamiche sociali esterne. L’esperienza ci ha confermato in questa scelta: evitando, in un contesto post-acuzie, il ricostituirsi di situazioni esasperate dalla medesima problematica (es. casa di cura psichiatrica) con scarsa possibilità di confronto (istituti carcerari, frequentazioni di “piazza”...), la controllata commistione di problemi di dipendenza patologica (eroina, alcol...), esclusione sociale (situazioni di degrado relazionale ed impoverimento ideativo), carcere, porta nei singoli ospiti ad un primo e fondamentale superamento dell’autoreferenzialità. Ciò comporta – oltre al rafforzamento della determinazione al cambiamento (anche in relazione ai rischi testimoniati nel concreto dalla presenza dei meno fortunati) - due precise sollecitazioni:
- nei meno problematici la risoluzione di mettersi quotidianamente al servizio del compagno in difficoltà, riscoprendo potenzialità affettive ed attitudinali occultate da anni di vita “squilibrata” ed individualista (aiutando l’altro si arriva a comprendere meglio sé stessi);
- nei più problematici un altrettanto significativo processo di stimolazione/ristrutturazione delle competenze socio-relazionali alienate dai “processi di cronicizzazione” che si autoalimentano intorno al “malato” (con particolare riferimento all’atrofia critico/ideativa indotta dall’abitudine all’assistenzialismo passivo; cfr. Spivak)
In quest’ottica, la convivenza è in ogni caso mediata da un articolato regolamento educativo e dalla costante presenza degli educatori anche al di fuori delle azioni strettamente “terapeutiche”. Da qui partono poi la rilettura e la revisione del rapporto con le famiglie d’origine e con gli abituali ambiti relazionali esterni;
2) l’identità lavorativa. E’ posta come obiettivo. L’impegno lavorativo (tappa imprescindibile della “socializzazione adulta” ed elemento centrale nel conseguimento/mantenimento di compenso psichico ed equilibrio esistenziale) diventa sinonimo di “normalità”. L’attività lavorativa è collegata all’immagine di sé, al senso di idoneità personale, famigliare e sociale, interpella i processi di appartenenza, di cittadinanza e contrasta viceversa i processi di diversità e di esclusione (incrinando l’immagine tradizionale del paziente “diverso”, bisognoso e dipendente, di cui l’operatore si occupa in maniera totalizzante). Quest’asse si sviluppa in duplice direzione:
- la responsabilizzazione individuale. Riguarda un primo livello di educazione/rieducazione al lavoro inteso come fondamentale strumento di sostentamento personale e quindi come fulcro di autonomia ed emancipazione (rapporto con il costo della vita);
- la compartecipazione allo sviluppo/crescita collettiva Riguarda un secondo livello di riflessione sulla partecipazione individuale alla spesa pubblica e ai costi sociali (dal bilancio familiare, al bilancio comunitario, al bilancio pubblico);
3) la promozione della dignità umana. Riguarda in generale la capacità di relazionare la propria imprescindibile spinta all’autodeterminazione ad un contesto di regole (personali e sociali) in grado di valorizzare e di far maturare la persona nelle proprie potenzialità positive. Comporta un esercizio di revisione critica su più livelli:
- la cura di sé (igiene, alimentazione, abbigliamento, linguaggio…),
- la consapevolezza di sé (esame di realtà, rapporto con la propria sfera fisica, emotiva, sentimentale, conoscenza dei propri limiti e delle proprie potenzialità...),
- il senso di “cittadinanza” (sviluppo dell’appartenenza ad un contesto socialmente organizzato secondo diritti e doveri, a garanzia del “bene comune”).
Lo studio della propria storia, il confronto critico con la società di cui distinguere pregi e difetti, l’inserimento cosciente nelle vicende del proprio Paese, costituiscono strumenti decisivi per il conseguimento di una maggior consapevolezza e sicurezza personale. Lo sforzo di formarsi proprie convinzioni e di motivarle continuamente è propedeutico, per gli ospiti della Comunità, al passaggio graduale da un ambiente necessariamente protetto ad un contesto esterno più libero (fase del “Rientro”), con adeguata partecipazione personale.